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Zero

Giuseppe Faso

“ Non sa neanche una parola di italiano” (Gergo scolastico)

E’ possibile, con opportune griglie, valutare le regole linguistiche apprese in profondità dai bambini non italofoni presenti da poco tempo in Italia. Nessuna prestazione scolastica permetterebbe di comprendere altrettanto bene a che punto del percorso di apprendimento si trova il bambino. Basta invece ascoltarlo, nel corso di un dialogo “naturale”, per rendersi conto con precisione del livello raggiunto nell’apprendimento della lingua italiana.

Dopo un percorso di formazione, giovani collaboratori del Centro Interculturale per cui lavoro sono in grado non solo di compiere un’analisi delle competenze – che è anche una diagnosi “storica” sull’apprendimento – ma anche di accorgersi di eventuali storture indotte nell’apprendente da un input errato.


Così, Tiziana, ascoltando per la prima volta e per pochi minuti una bambina nella scuola elementare di XYZ, è stata in grado di rivolgerle una domanda che ha sorpreso la docente di classe: “Tu provieni dalla scuola dell’infanzia di HWK, vero?”. “Sì”, ha risposto la bambina, sorridendo. Abbiamo poi spiegato alla maestra che non si tratta di capacità divinatorie: la bimba, contrariamente a quanto di solito avviene, ma in conformità a quanto si aspetterebbe un lettore delle vignette della “Settimana enigmistica” (quelle dell’esploratore messo a bollire nel pentolone), adoperava l’infinito come prima forma del verbo (“io fare…io aspettare”, ecc.), e tale deformazione era presente sistematicamente nei bambini della scuola d’infanzia di HWK, appunto, per un input distorto da parte delle ingenue insegnanti. Il 95% degli apprendenti registrati nel “Corpus” dell’Università di Pavia (uno strumento indispensabile) impara invece come prima forma verbale la terza persona del presente: quando imparano l’infinito quasi tutti sono già in grado di coniugare il presente, per cui diranno: “io penso”, mentre “pensare” sarà usato per esprimere particolari modalità (tra cui quella ottativa, come quando Mina canta un pezzo di Baglioni: ”Andare…lontano…”).

Sulla base di queste valutazioni, si individuano livelli di apprendimento, di solito tre per ogni ordine di scuola (elementari, medie…). Così, quando lasciamo le insegnanti dandoci appuntamento a poche settimane dopo, abbiamo istituito laboratori di “livello 1, livello 2, livello 3”.

Una volta su due (la statistica riguarda anni di attività), tornando, scopriamo che i livelli dei laboratori ora vengono chiamati: “livello due, livello uno, livello zero”. Chiediamo perché - non conoscendo altra situazione in cui si indica con “zero” una fascia, un insieme - si sia adoperato “zero” per indicare il livello raggiunto da bambini che hanno competenze, ancorché iniziali, rilevabili. Le risposte sono confuse e poco perspicue. Non poche insegnanti si dicono anche convinte che i bambini imparerebbero prima l’italiano, se in casa i genitori non parlassero nella propria lingua. Il numero di chi sostiene ciò è, grazie a Dio, in calo, ma ci son voluti anni di lavoro sistematico e poco compiacente.

Pensavo alla fatica di tale lavoro ieri parlando al telefono con un’amica che insegna all’università di Torino: in treno, aveva colto brani di conversazione in più lingue: una bambina si rivolgeva in italiano alla mamma che le rispondeva in moldavo, un ragazzo parlava in albanese alla mamma che usava l’italiano, da lei ritenuto evidentemente più adeguato al registro adottato, due ragazze parlavano un po’ in spagnolo, un po’ in italiano, e un ragazzo senegalese parlava con la mia amica un po’ in francese, un po’ in italiano. Chissà, tornando stamattina a scuola, in quali “livelli” sono stati intruppati quei ragazzi; e se le insegnanti sospettano quante competenze linguistiche e comunicative mostrano questi bambini, a un orecchio appena attento.

Il testo è stato pubblicato su Aut&aut, giornale delle autonomie toscane.

Questa è una delle “parole che escludono” sulle quali l'autore conduce da anni le sue riflessioni.

Di Giuseppe Faso si consiglia la lettura di Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono, pubblicato da Ediz. Derive e Approdi nel 2008.

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