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L'aumento delle bocciature coinvolge soprattutto gli studenti delle scuole professionali. Tra questi, molti sono gli stranieri. Diciamolo subito: l'alto numero dei bocciati nella scuola italiana non è una bella notizia. E non c' è da gioire. Anzi. Una buona scuola (o una migliore di quella attuale) deve ritenersi soddisfatta quando si arriva, a fine anno, con un numero di bocciati basso, perché così si restringe la forbice tra i migliori e i peggiori. E, quindi, si alza il livello medio dell'apprendimento generale, restituendo dignità sociale agli insegnanti e protagonismo sociale alle famiglie degli alunni.
Oggi, invece, scuola e famiglia fanno fatica a educare i ragazzi. Manca una condivisione di responsabilità, come dimostrano i dati della dispersione scolastica: il 22 per cento dei ragazzi non raggiunge nessun titolo di studio, né alcun diploma di qualificazione professionale. Vuol dire che la scuola è sempre più estranea, e la famiglia asseconda il disimpegno. È venuto meno quello scambio di fiducia necessario nel difficile compito di educare. Quando emergono fragilità nelle famiglie e nella società, si fa finta di niente, e non c'è più la scuola come sostegno. Essa sta assumendo gli aspetti più deteriori del mondo, compresa la contrapposizione tra gli stessi alunni. Lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo libro Lettera a un insegnante (un duro attacco alla scuola che non prepara gli studenti alla vita) accusa: «Obblighiamo i ragazzi a venire a scuola per poi frustarli». C'è da riflettere su questo, soprattutto di fronte ai dati dei bocciati, su cui molti si compiacciono. Vediamo i dati: l'aumento delle bocciature coinvolge soprattutto gli studenti delle scuole professionali e tra questi, in particolare, gli stranieri. A Genova sono stranieri addirittura l'88 per cento del totale dei respinti. E la stessa cosa è per i bocciati con il 5 in condotta, che coinvolge solo lo 0,1 per cento degli studenti di liceo classico, scientifico e linguistico. Sono i più deboli che vengono espulsi dalla scuola, in misura maggiore degli altri. Sono le scuole dove l'abbandono scolastico è più elevato che dimostrano di più il proprio fallimento. E il numero altissimo di alunni non italiani respinti denuncia non solo una difficile condizione sociale, ma anche l'inadeguatezza delle didattiche scolastiche nei loro confronti, per mancanza di finanziamenti adeguati e di una integrazione che, a scuola, si dovrebbe fare in fretta e meglio. Invece, siamo sempre all'emergenza senza fine, perché non si è accettata la sfida della multiculturalità scolastica. I dati dei bocciati stranieri sbaragliano la visione di una scuola che accoglie e integra la multiculturalità, indicata come progetto in decine e decine di pronunciamenti del Consiglio nazionale della Pubblica istruzione. Non vorremmo che la bocciatura fosse la scorciatoia per non affrontare il problema degli alunni stranieri, rinunciando a quel patto sociale tra scuola, territorio e famiglia, laddove le criticità sociali sono maggiori. La scuola non migliora solo perché si boccia di più ed è più severa. Anzi, è vero il contrario. Maggiore selezione non è sintomo di scuola più virtuosa. L'analisi dei sistemi scolastici stranieri lo dimostra. Percentuali che sfiorano il due per cento si trovano in Finlandia, Stati Uniti, Canada, Svezia. In Giappone la percentuale è prossima allo zero. Né si motivano gli insegnanti dando loro la bacchetta in mano. Né si aiutano le famiglie ad affrontare il disagio sociale dei figli con un "respinto" sulle pagelle. La scuola del valore e del merito è quella dove insieme docenti, ragazzi e famiglie sono protagonisti dell'apprendimento (non solo di nozioni), condividendo ognuno le proprie responsabilità. Famiglia Cristiana 21 Luglio 2009
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