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Registro

Giuseppe Faso

Al ritorno dalle vacanze, la dirigente (trasferita qui esattamente un anno fa) fornisce una bella prova di efficienza: durante l’estate, tutti i registri delle maestre sono stati controllati, riletti con attenzione, corretti anche nei dettagli: e ora sono ammucchiati là, sulla cattedra dell’aula dove si svolge il primo collegio dei docenti dell’anno. Una conversazione tenuta due giorni prima con la vicaria rende più caute le sue osservazioni: mentre prima aveva detto che “la maggior parte” dei registri sono in disordine, incompleti, imprecisi, ora in collegio la censura è limitata, si scelgono con attenzione gli eufemismi. Ma in qualche modo un segnale bisognerà pur mandarlo.


Una lacuna di tutte le maestre riguarda la riga, nella prima pagina, in cui il registro richiede, accanto al numero dei maschietti e delle femminucce, il numero degli “extracomunitari”. Tutte le docenti sono richiamate a completare la casella. Si sa, le maestre su questo dato statistico sono incerte: un bambino nato qui da due “extracomunitari” come fa a non essere italiano? Vero è che ce l’hanno spiegato più volte nei corsi di formazione, come funziona l’attribuzione (meglio: la non attribuzione) di cittadinanza, ma poi al momento giusto come faccio a dire che Amadou o Patricia, Irina o Viktor sono “extracomunitari”? Nel suo zelo, la dirigente si è informata apposta: “Ricordatevi, ammonisce, che mentre gli svizzeri rimangono extracomunitari, i rumeni, o romeni che dir si voglia, come i polacchi e i maltesi, non lo sono più!” cinguetta con aria amabile.

Alcune maestre non ci fanno caso, altre, più attente, provano ad argomentare: perché riempire la casella “extracomunitari”? La dirigente smette di cinguettare e, un po’ contrariata, invece di rispondere chiede: le maestre considerano forse una discriminazione segnare il numero degli allievi extracpmunitari? Certo che no, risponde la referente all’intercultura, o “funzione-obiettivo” che sia. E si tiene per sé: è solo un’ottusità burocratica del tutto inutile – ma le ottusità burocratiche si combinano, al momengto giusto, con le discriminazioni, abituano a non farsi domande, assuefanno all’obbedienza cieca.

Un’altra serie di domande è necessaria per ottenere dalla dirigente una risposta un po’ abborracciata: “sapete, per le statistiche…”. Quali statistiche? (il numero delle richiedenti si assottiglia da una battuta all’altra, bisogna far presto per non lasciarne troppo poche, minoranza isolata…). Quelle ministeriali, naturalmente, gioisce l’ignara.

“Ma, signora, non esistono statistiche ministeriali che chiedano, attraverso i registri, quanti allievi “extracomunitari” siano presenti nelle scuole. Il Ministero dell’istruzione da anni chiede, con moduli appositi, che si indichino gli allievi ‘di cittadinanza non-italiana’, distinti per cittadinanza e per genere. I consigli scolastici provinciali negli ultimi anni hanno preso l’abitudine, per stabilire i finanziamenti per l’accoglienza dei bambini stranieri, di chiedere alle scuole di sommare ai bambini ‘di cittadinanza non italiana’ i bambini adottati e quelli che hanno un genitore straniero. La dizione ‘extracomunitari’ è solo una casellina che una ditta che produce registri ha inventato l’anno scorso. Ce ne sono tante altre, di caselline inutili, che vengono regolarmente barrate da noi docenti…”

Il braccio di ferro tra la dirigente e alcune insegnanti sulla casellina non mi risulta ancora risolto. Solo per l’anno scorso, però. Per quest’anno, per altri motivi, da tempo si erano scelti i registri di un’altra ditta, la casellina non c’è, la dirigente non sentirà il bisogno di chiederne il ripristino. L’ordine, la disciplina, l’efficienza saranno garantiti altrimenti, i meriti pedagogici riconosciuti con l’osservanza di altre caselle. -

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