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IL CIBO: UNO STRUMENTO DI CONFRONTO E UN TERRENO DI SCAMBIO Riflessioni sull'importanza dell'educazione al gusto nella scuola. Di Erika Piccoli1
Ancor prima della parola, il cibo è spesso strumento di mediazione fra culture diverse, è terreno di confronto e di sperimentazione. Ogni cucina è infatti il risultato di invenzioni, incroci e contaminazioni. Nessuna ricetta è immutabile nel tempo.
Il cibo con tutti i suoi significati nutrizionali, culturali, simbolici, rituali oltre ad offrire spunti di riflessione per imparare a leggere in modo consapevole il binomio cibo-alimentazione, per riuscire a considerare il concetto di salute come equilibrio fra le esigenze del corpo e i desideri della mente, permette ai ragazzi di confrontarsi con i compagni che vengono da altre realtà su come l'uomo, fin dalla sua comparsa sulla terra, sia riuscito a soddisfare il bisogno fondamentale di sfamare il proprio corpo in modi diversi a seconda dell'ambiente e della comunità in cui viveva. A questo proposito bisogna osservare che, a differenza dagli altri animali, l'uomo non ha solo imparato a saziare il suo fisico con prodotti più o meno elaborati, ma vi ha attribuito significati e simbologie, li ha caricati di valenza rituale, in questo modo ha saputo nutrire anche la sua mente! Al giorno d'oggi ci troviamo di fronte alla necessità di scegliere tra un grandissimo numero di possibilità alimentari, stiamo assistendo ad un boom di letteratura, pubblicità e programmi televisivi dedicati alla gastronomia, alle ricette, ai consigli per raggiungere lo stato del benessere attraverso gli alimenti, ma capita che le informazioni che ci arrivano siano spesso contraddittore o inesatte, che molti personaggi diventino improvvisamente esperti di cucina. In questo contesto si collocano sia il grande successo riscosso dai ristoranti che propongono le cosiddette cucine etniche: piatti della tradizione culinaria giapponese, cinese, messicana, araba, per citarne alcuni; sia la riscoperta e la ricerca di locali che offrono cibi della tradizione italiana, i tanto apprezzati cibi di una volta preparati secondo le ricette della nonna. Bombardati da tutti questi messaggi ci troviamo a vivere in modo sempre più accentuato quello che Fischler definisce paradosso dell'onnivoro e principio di incorporazione. Il paradosso dell'onnivoro parte dalla considerazione che l'uomo è caratterizzato da una elevatissima adattabilità (siamo a tutti gli effetti onnivori!) ed autonomia: ha facoltà di trarre sostentamento da un gran numero di alimenti e di regimi diversi, sempre alla ricerca di una dieta variata. Da un lato siamo spinti dall'inconscia dipendenza nei confronti della varietà da essere attirati dalle novità, dall'esplorazione, dal cambiamento, ma contemporaneamente siamo, come in altri ambiti della nostra vita, diffidenti, e ci rifugiamo nel conservatorismo: ogni alimento nuovo è un potenziale pericolo. Ci troviamo in continuo conflitto tra ciò che ci è familiare e ciò che ci è ignoto, tra la sicurezza e l'attrazione per l'esotico. Il dover scegliere autonomamente fra molteplici modelli alimentari (fast-food, diete, vegetariano, etnico, “sano”, ecc), ci disorienta e ci impaurisce. Essendo venuto a mancare un modello unico di dieta dettato dalla società o dalla religione, dobbiamo in qualche modo crearlo noi stessi. L'atto attraverso il quale si concretizza lo stato di ansia del consumatore è l'incorporazione, il momento in cui l'alimento varca il confine tra il mondo e il nostro corpo diventandone un tutt'uno: incorporare un alimento significa incorporare tutte o in parte le sue proprietà, sia su un piano biologico e quindi reale sia su un piano simbolico-significativo. In alcune popolazioni mangiare parti del corpo di un antenato morto significa assumere la sua forza, il suo valore e le sue qualità. In molti casi si arriva a pensare che ciò che si incorpora possa modificare lo stato dell'organismo, la sua natura, la sua identità. Parlando appunto di identità credo fortemente che in un contesto multietnico il cibo possa essere per bambini e ragazzi uno strumento efficace nell'iniziare un dialogo tra coetanei mirato alla rottura dei pregiudizi e delle discriminazioni razziali. Per fargli capire come tutti i gusti siano giusti!. Un modo per andare oltre la globalizzazione che distrugge le peculiarità dei singoli in nome di una omologazione del gusto, per valorizzare ingredienti, sapori e odori di altre cucine sia nella direzione dell'esaltazione del gusto sia in quella della valorizzazione delle proprietà nutrizionali e salutistiche degli ingredienti che ancora non appartengono alla nostra quotidianità. Il laboratorio di cucina (il pane: le sue forme e i cereali con cui si prepara), l'orto della scuola (in cui accanto alle zucchine trovi posto qualche varietà particolare di fagioli), le esperienze sensoriali (ad esempio con le spezie che può fare chiunque e in qualunque classe) e tutte le attività che ruotano intorno a questi temi diventano allora un veicolo utile per tutti a recuperare il legame con la Natura e i concetti importantissimi di biodiversità, stagionalità e genuinità. Spesso i ragazzi oggi non conoscono, poiché a loro volta i genitori lo hanno dimenticato, come la terra sia in grado di nutrirci e dia frutti. Gli insegnanti dovrebbero farsi carico del difficile compito di motivare i ragazzi a conoscere, ricercare e considerare i gusti e le abitudini alimentari “con occhi nuovi” superando la routine degli atteggiamenti abitudinari e dei condizionamenti pubblicitari. Credo non sia un caso che le parole agricoltura e cultura facciano rima tra loro. Oggi più che mai agricoltura e cultura sono destinate ad incontrarsi, influenzarsi e contaminarsi. Offrire e far conoscere i prodotti dell'orto, sottolineandone la stagionalità e la provenienza, significa divulgare la storia non di una, ma di tante civiltà. È necessario stimolare i ragazzi su piccoli esempi vicini alla loro realtà come quello di pensare ad una pizza senza il pomodoro o ad un cinema in cui non si vendano pop-corn e farli riflettere sul fatto che fino al 1492 questi ed altri alimenti erano sconosciuti agli europei. Esperienze di questo tipo gli permettono di toccare con mano quanto il cibo sia un terreno d'incontro, i vari piatti siano il felice risultato di scambi di prodotti ma anche di conoscenze tecniche, che gli uomini hanno portato con se nei loro viaggi e nei loro spostamenti fin dai tempi antichissimi. Credo infine che portare avanti tutto questo significhi, davvero e in modo concreto, incoraggiare i bambini e i ragazzi ad avere uno stile di vita sostenibile.
Suggerimenti bibliografici Fischler C., L'onnivoro: il piacere di mangiare nella storia e nella scienza, Milano, Mondadori, 1992 [L'homnivore, Paris, O. Jacob., 1990] Guigoni A. (a cura di),. Foodscapes: stili mode culture del cibo oggi, Milano, Polimetrica, 2004 Kumalè, Il mondo a tavola. Precetti riti e tabù. Torino, Einaudi, 2007 Montanari M., Il cibo come cultura, Torino, Laterza, 2004 Nistri R., Dire fare gustare, percorsi di educazione del gusto nella scuola, Slow Food, 1998. Poulain J-P., Alimentazione, cultura e società.,Bologna, Il Mulino, 2008 [Sociologies de l'alimentacion. Les mangeurs et l'espace social alimentaire, Paris: Presses Universitaires de France, 2002]. Rashidy R. (a cura di), Mi racconto... ti racconto. Storie e ricette del nostro mondo, Bologna, Coop Editrice Consumatori, 2007.
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