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 “Soluzioni inaspettate nascono a volte per caso. "Come si può rendere partecipi gli altri del nostro lavoro?" "Documentando" è stata la risposta ed è nata la rivista

Riflessioni sulla scuola

di Bruno Bartoletti

In questi giorni in cui cercavo di sistemare il mio studio e di dare un po’ di ordine alle tante cose che nel tempo si ammucchiano, mi sono imbattuto in un bell’articolo a firma di Lorenzo Artusi, "Weimar e il cuore inquieto di Goethe", in "Feria, rivista per un dialogo tra esodo e avvento, n. 41, marzo 2012"

«Oggi si tende a considerare le materie umanistiche e artistiche alla stregua di conoscenze tecniche da valutare sulla base di test, mentre le capacità critiche e inventive che ne costituiscono il nucleo sono messe da parte … è facile capire che, in questa “ottica”, l’arte e le lettere rientrano tra le cose che non servono e, poiché non producono denaro, si considerano facilmente eliminabili» (ivi p. 39). 

E citando Marha Nussbaum: «Le lettere, la filosofia e l’arte sono sempre più percepite come fronzoli da tagliare per garantire al paese l’auspicabile competitività»

 (M. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Il Mulino, 2011, p. 146)

L’analisi parte da una disamina della conferenza che Thomas Mann tenne il 18 marzo 1932, in occasione del centenario della morte di Goethe. 

«Mann, scrive Artusi, doveva parlare avendo sotto gli occhi il degrado di una cultura che, come egli poteva intuire, avrebbe portato alla dissoluzione della società, fino ad arrivare all’orrore della seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio» (ivi, p. 38)

L’interrogativo è inquietante. È l’interrogativo sul cammino della cultura europea, è la riflessione sulla situazione della scuola italiana: dove può portare tutto questo? È facile ipotizzare un cammino di non ritorno, di cadute di valori, di vuoto, di perdite e di sconfitte, perché in questo contesto molto spesso le parole si svuotano di significato, perdono di valore, sono tutte uguali, e quando le parole perdono il loro significato, affermava il poeta inglese Wystan Hugh Austen, prevale la forza, la sopraffazione, il linguaggio urlato, scurrile, pesante. Sono tempi cambiati questi rispetto all’epoca in cui Thomas Mann teneva la sua conferenza? Pongo l’interrogativo come dubbio, come bisogno di riflessione. In verità si studia poco e si studia di meno, anche i programmi sono cambiati, con il pretesto di approfondire il contemporaneo e il vicino, non si studia più l’Italia, non si studia più la storia antica, greca e romana. Nella scuola media il programma di geografia prevede nella classe prima lo studio dell’Europa fisica, in seconda lo studio dell’Europa politica, in terza i paesi extraeuropei. In storia il programma nella classi prima inizia con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, trascurando completamente la conoscenza della nascita delle prime democrazie, della polis e degli stati liberi. I concorsi, sia quelli banditi recentemente per le poche cattedre messe a concorso, sia quelli di ammissione alle facoltà universitarie, fondano gran parte delle risposte sui test. Ma il test è fatto per gli insegnanti (più facili da correggere, più veloci), non per i candidati. Le risposte a volte sono dettate dal caso, a volte si prestano a diverse interpretazioni, le domande non sempre sono chiare. La ricerca vive nel dubbio, non è univoca. E la competenza si fonda sullo svolgimento di un enunciato, sulla sua elaborazione, sull’analisi critica, perché non è l’avere finito un lavoro ciò che importa, ma la sua esecuzione, non è il possesso ma la ricerca ciò che definisce competenza e abilità di apprendere. E infine una riflessione bisognerà fare su una società che fonda il suo potere sull’assenza di competenza: è solo sulla competenza, afferma Erich Fromm, che si fonda l’autorità razionale, fonte di rispetto, di uguaglianza e di diritto. La scarsa competenza è mancanza di cultura, appiattimento, ubbidienza, mancanza di dialogo, ed è su questi elementi che si fonda l’autorità irrazionale che basa tutto il suo potere sulla menzogna e sulla forza. Così nella mia lunga storia - ma nessuna storia è così lunga da non poter essere raccontata - ho incontrato fatti, situazioni, episodi… Ma soprattutto ho visto bruciare in pochi mesi oltre quarant’anni di conquiste pedagogiche. La serietà, la sana competizione, il merito, si sono trasformati in forme di selezione, che hanno provocato un aumento della “dispersione scolastica”. 

Mi hanno sempre insegnato che un buon artigiano lo si definisce dai pezzi che produce e non dagli scarti che butta via; mi hanno detto che una scuola che perde alunni, fallisce nel suo scopo primario che è quello di recuperare e formare; mi hanno suggerito che «la peggior ingiustizia è quella di far le parti uguali tra disuguali». La pedagogia di Rogers, principio attivo che mette l’alunno al centro del rapporto educativo, viene rovesciata. L’Accoglienza e la Convenzione dei diritti dell’infanzia stanno subendo pesanti contraccolpi. La difficile situazione che sta vivendo il paese ci obbliga dunque a una seria riflessione e a una presa di coscienza di fronte agli alunni in difficoltà, al disagio dei ragazzi, agli emarginati, ai disabili. E la scuola, se non vuole separarsi dai tempi che sta vivendo, deve porsi la questione e insistere sui valori della tolleranza, della collaborazione, della partecipazione. È vero che non siamo tutti uguali e che siamo individui “unici e irripetibili” come affermava il Ministro Fioroni nella sua Premessa alle "Indicazioni per il Curricolo"; proprio per questo ciascuno, in particolare l’alunno, deve essere messo nelle migliori condizioni di poter apprendere. È emblematica l’espressione usata da Vittorino Andreoli: «È una menzogna credere che il ritmo debba essere dettato dai migliori». I ragazzi, come scrisse Giovanni Pacchiano, sono, in fondo, la parte migliore della scuola, Domenico Starnone, nella riedizione del suo libro "Ex Cattedra" (2006), metteva come Prefazione questo titolo: "Il piacere di insegnare". In quegli stessi anni (il libro è del 2004) Paola Mastrocola, rientrata a scuola dopo alcuni anni di assenza, usciva con il suo libro "La scuola raccontata al mio cane", e metteva come Prefazione il titolo: "Il mestiere che non c’è più". E tanto ancora si può parlare di scuola, dal "Diario di scuola di Daniel Pennac", alla scuola vista come "La fabbrica degli ignoranti" di Giovanni Floris, a "Lettera a un insegnante" di Vittorino Andreoli, senza voler risalire alla ormai storica e lontana "Lettera a una professoressa" della Scuola di Barbiana. C’è una ricca letteratura al riguardo. 

La scuola, in collaborazione con la famiglia, dovrà recuperare e trasmettere valori attraverso la cultura e la conoscenza, perché solo la conoscenza è in grado di rendere l’uomo libero. Nessuno avrebbe potuto esprimere il concetto di collaborazione, collegialità e partecipazione, meglio di Bertolt Brecht

"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare".

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