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PROGETTO Ve.Ma.Co: Intervista a Gabriella Giornelli

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Come è nato il progetto VeMaCo?

Per diverse ragioni:

da tempo esisteva al Centro di Documentazione Educativa una Commissione disagio che registrava l’accrescimento delle difficoltà di insegnamento/apprendimento nelle scuole superiori di 1° e 2° grado, in particolare negli Istituti professionali. Lo testimoniavano l’aumento del numero dei respinti, in questo tipo di scuola, soprattutto nel biennio.

 

Molto spesso l’esclusione era a scapito di studenti d’origine straniera o di ragazzi in difficoltà per motivi personali o socio/familiari.

 

Su questi temi si erano tenuti numerosi incontri al CDE e diverse erano state le iniziative specifiche, soprattutto rivolte agli insegnanti, come la costituzione di un tavolo particolare di progettazione per risolvere il disagio nelle scuole o gli incontri di formazione legate alle questioni tipiche del disagio scolastico.

 

Sembrava però di essere ad un punto morto: alle diverse proposte che si presentavano non corrispondeva un interesse allargato e troppo spesso erano le stesse persone a servirsi del Centro, la grande maggioranza di queste poi apparteneva alla Scuola dell’Infanzia o alla Scuola primaria, mentre a noi risultava molto in affanno tutta la Scuola superiore di 1° e 2° grado.  Il Centro dunque ha accolto con entusiasmo la richiesta di una insegnante di sostegno per un intervento diretto di una pedagogista all’interno di almeno una classe dell’Istituto Macrelli. È stato stilato il primo progetto, appoggiato dal Preside dell’Istituto e approvato dal Collegio Docenti. L’anno successivo è giunta una richiesta simile dall’Istituto Versari e l’anno dopo il progetto si è allargato all’Istituto Comandini.

 

2)    Il progetto si è modificato dunque in questi anni? E come?

 Il primo progetto è stato steso in base alle notizie che avevamo raccolto dalla Scuola, notizie in un certo modo “esterne”. Si suddivideva sostanzialmente in 3 tipi di azioni:

  • a)     la facilitazione della formazione del gruppo classe

  • b)    l’indagine sul metodo di studio

  • c)     la soluzione creativa dei conflitti.

Ci siamo trovate però di fronte ad una realtà ben più complessa che presentava diversi ordini di problemi:

·        anche se gli insegnanti del Consiglio di Classe appoggiavano il progetto, ogni nostro sforzo poteva essere considerato quasi vano se non avesse coinvolto direttamente almeno qualche insegnante del Consiglio di Classe, oltre all’insegnante di sostegno che già partecipava;

·        gli insegnanti tendono a suddividere la classe in studenti “volonterosi” e “non volonterosi” in base all’impegno che questi spendono per migliorare i risultati scolastici. Ma molti studenti non hanno gli strumenti per superare le difficoltà che incontrano, avrebbero bisogno di forme di apprendimento diverse rispetto alla tradizionale: “lezione frontale/studio individuale/ interrogazione/compito in classe”. Su questo piano però gli insegnanti non sono molto esperti, in quanto la loro preparazione professionale non lo prevede;

·        le più gravi difficoltà scolastiche sono quasi sempre coincidenti con casi socialmente difficili. Anche se limitate come numero per ogni classe, molto spesso si manifestano con gravi disturbi di comportamento, a volte con forme di aperta insofferenza nei confronti della scuola. Questi studenti sono i primi ad essere allontanati dalla scuola mentre sono proprio loro ad avere necessità di essere accolti in una struttura capace di sostenere i giovani, come potrebbe essere la scuola.

 

Dunque, il progetto si è gradualmente modificato a seconda di quello che si veniva a scoprire come necessario per studenti ed insegnanti.

 

3)    Quali erano le necessità degli studenti?

 Intanto quelle necessità primarie che avevamo ipotizzato, come l’incapacità di applicarsi nello studio, di adottare un metodo nello stare attento e nel fare tesoro di quanto appreso a scuola si sono dimostrate reali e ben più gravi fin dai primi momenti, ma c’era qualcosa di più profondo che impediva a queste necessità di emergere e di esprimersi.

Dico genericamente, tanto per farmi intendere, che c’è molta diversità da come concepisco la scuola, o dall’idea di scuola che avevo alla loro età, da come loro la intendono.

Per me la scuola era un luogo (anche poco piacevole) dove si andava per imparare, farsi una cultura, per la vita o per il lavoro che si voleva intraprendere.

Di tutte le funzioni che può avere la scuola, questa è per loro l’ultima in ordine d’importanza o addirittura non li tocca.

Me ne sono accorta fin da subito, rilevando le risposte ad un questionario in cui dovevano riportare un giudizio sulle loro valutazioni nelle scuole frequentate precedentemente (ad es “in Matematica andavi bene o male?”), il giudizio poteva oscillare da “bene” a “male” a seconda della relazione che c’era con l’insegnante (ad es.”andavo bene perché la mia prof. mi incoraggiava e anche se avevo valutazioni negative alla fine ce la facevo”).

 

Ancora più profonda era la distanza tra la mia idea di scuola e la loro quando si parlava apertamente di relazioni.

Alla domanda “Che tipo di ricordo hai della scuola elementare (o media)?”, la risposta era “buono” se c’era stata una buona relazione con compagni e prof. e non rispetto al rendimento vero e proprio.

In maniera esponenziale poi il giudizio saliva se la relazione era buona con i compagni (o scendeva se il rapporto era stato difficoltoso).

Alcuni ragazzi avevano ammesso di aver raggiunto ottimi risultati scolastici, ma di avere un pessimo ricordo della scuola passata per il cattivo rapporto avuto coi compagni. In ogni caso non solo era il tipo si relazione a segnare la differenza, ma di gran lunga i compagni rappresentavano il valore più alto.

 

La prima sorpresa dunque è stata quella relativa alla loro idea di scuola e all’importanza che attribuivano alle relazioni. Qualunque modificazione volessi apportare al loro modo di vivere la scuola non avrebbe avuto senso se non fosse passata attraverso questa loro idea di scuola. Quindi posso dire che il primo bisogno rilevato da parte degli studenti è quello di avere buone relazioni. Il che spesso significa aiutare a comprendere come relazionarsi con gli altri. In questo li ho scoperti quasi sempre totalmente analfabeti.

 

Le ragazze, molto spesso, si muovono con difficoltà tra i due concetti antitetici di amica/nemica: se non sei mia amica sei contro di me, se sei mia amica approvi totalmente le mie idee e le sostieni.

I maschi agiscono un po’ sullo stesso piano, ma con forme e linguaggi diversi che, nelle classi completamente maschili possono sfociare in risse, prese in giro pesanti, prove di forza considerate come giochi quotidiani.

 

Anche in questo caso le amicizie sono importanti per “andare avanti”, per dare un senso alla vita. “Ma perché vieni ancora a scuola, visto che hai deciso di smettere?” Ho chiesto ad un ragazzo di prima che non s’impegnava minimamente nello studio. “Perché qui ci sono i miei amici!” è stata la risposta.

 

Il secondo bisogno che ho registrato nelle mie osservazioni, ma forse primo rispetto alle necessità è il bisogno di considerazione personale.

La scuola, la famiglia o la vita hanno indebolito al massimo la considerazione che hanno di sé. Senza autostima non è possibile realizzare un recupero scolastico apprezzabile e l’autostima può nascere solo dalla buona considerazione nei loro confronti che registrano negli adulti con cui hanno rapporto.

Una buona parte del mio lavoro consiste proprio nel dimostrare loro che sono in grado di ottenere buoni risultati, che sono persone intelligenti, che possono migliorare. La valutazione scolastica spesso, soprattutto nella scuola di base, va a toccare anche la persona, anzi più la persona che il risultato vero e proprio del lavoro. Dunque, un po’ alla volta, fallimento dopo fallimento, un alunno si convince di “non essere in grado di..”

Questa bassa considerazione delle proprie possibilità limita gli studenti negli sforzi a scuola, come nella vita. La paura dei propri limiti è sia individuale che collettiva.

È normale sentire questa espressione “Ma siamo in una scuola professionale, non in un liceo!”, dopo alcune richieste di lavoro ritenuto difficile, oppure dopo l’invito ad una riflessione fatta fuori dai limiti ristretti della disciplina.

L’abbinamento istituto professionale = scuola facile, dove non si studia, dove ci sono richieste limitate è uno degli assioma ricorrenti.

 

Gli insegnanti stessi pensano ai licei come a un luogo in cui la cultura la fa da padrona e dove sia molto più facile insegnare perché lì gli studenti ascoltano e studiano.

Se è vero che gli studenti del liceo sono più preparati scolasticamente parlando (ossia sanno studiare e fare i compiti) è vero però che questo fatto può garantire solo un apprendimento quantitativo, non è sinonimo di vera cultura. Perché s’innesti, diciamo così, il seme della cultura è necessario che nascano delle domande, che sorgano degli interessi, che s’intreccino dialoghi o che si facciano ricerche. Questo non è retaggio solo dei licei (e non è garantito che lì si verifichi), ma lo deve essere di ogni genere di scuola, in particolar modo delle scuole professionali, dove il rischio della chiusura culturale, del limite alla conoscenza è più forte ed è limite e vincolo insieme.

È il terzo bisogno in ordine d’importanza per questi studenti, ossia quello di avere delle sollecitazioni culturali in grado di smuovere i loro interessi e creare coordinate di orientamento nel mondo.

Gli insegnanti invece tendono a proporre dei programmi basati solo su contenuti minimi (per l’oggettiva difficoltà a studiare degli studenti) che difficilmente possono sollevare temi d’interesse culturale.

 

Un altro bisogno evidenziato, collegato con il primo esposto, è quello legato alla solidarietà. Questi ragazzi hanno bisogno di avere esperienze di solidarietà.

Abituati a vivere in solitudine, molto spesso non sanno cooperare con gli altri, ma hanno anzi l’abitudine a contrapporsi l’uno all’altro.

Bisognosi di relazioni significative e poveri in questo senso di esperienze, gli studenti hanno dimostrato desiderio d’averle fin da subito, collaborando per favorirle.

È molto debole però la loro capacità di interagire: spesso nella classe serpeggiano i malumori o i disaccordi aperti. Si è reso necessario affrontare in tutte le classi i temi del conflitto, della soluzione creativa dei conflitti e della mediazione.

È tanto grande la necessità per cui si è pensato di organizzare all’interno di un istituto un Corso di Mediazione tra pari perché si prenda l’abitudine a pensare alla diversità di opinione e di cultura come a una delle condizioni basilari della nostra vita. Nella classe terza in cui ho iniziato quest’anno ad affrontare il tema del conflitto, dopo il primo incontro, già due studentesse chiedevano di parlarmi per risolvere problemi di relazione con i compagni, problemi già vecchi di tre anni e che non avevano trovato né ascolto né soluzione.

 

Oltre a queste necessità, gli studenti hanno il bisogno di impegnarsi a scuola in modo continuativo e con sistemi efficaci: non sanno come prendere appunti, o meglio, come stare attenti a scuola in modo proficuo, non si impegnano con continuità a casa, ma non sanno neanche come attivarsi per ricordare quello che stanno studiando. Ognuno cerca di fare a modo suo; se glielo chiedi, viene fuori che hanno esperienza di studio, ma quasi sempre si tratta di uno studio meccanico, che non considera fondamentale la “comprensione” di quanto si studia, la “rielaborazione personale” dei concetti da apprendere e la loro memorizzazione. In genere, gli studenti si limitano, come dicono loro, a leggere e ripetere, dove il ripetere significa letteralmente cercare di ricordare le parole del libro. Uno studio del genere è destinato a fallire nell’arco di poche ore, soprattutto se non è sostenuto dall’interesse e dall’attenzione alle spiegazioni. Per aiutare gli studenti, spesso gli insegnanti scrivono schemi alla lavagna o li dettano o leggono insieme a loro il libro di testo. Questi sostegni però abituano gli alunni ad una dipendenza dall’adulto e ad agire in modo ripetitivo e meccanico, a considerare la conoscenza come uno schema ridotto all’osso.

 

A cosa serve studiare? Non ci si pone spesso questa domanda, perché la risposta sembra ovvia: studiare serve a conoscere e se non studi non apprendi. Ma per quanto a scuola si affrontino diversi argomenti è anche vero che alla fine del corso di studio molto di quello che si è studiato si è dimenticato e se anche non fosse così le informazioni apprese sono insufficienti per vivere in un mondo sempre più complesso e sempre più soggetto a cambiamenti.

La scuola, dunque, oltre alle “informazioni di base”, deve fornire una serie di strumenti che consentano poi nel futuro di acquisire altre informazioni, di apprendere ciò che si vuole o quello che serve. La scuola dovrebbe dunque insegnare strategie che consentano di apprendere anche dopo. È quello che in gergo si chiama “l’apprendere ad apprendere” e gli studenti dovrebbero esercitarsi verso la ricerca di un proprio metodo di studio e l’adulto li può aiutare dando importanza al percorso che stanno impiegando per studiare, alle strategie utilizzate.

 

4)    Come è stato organizzato il progetto nella pratica?

 Quando è nato, 5 anni fa, era circoscritto ad un solo istituto, in una sola classe prima, poi, gradualmente si è allargato ad altri istituti e ad altre classi. Si è diffuso anche come consenso all’interno delle varie scuole e sono stati moltiplicati i tipi di intervento. Ad esempio si è visto che le prime classi, se sono completamente abbandonate in seconda, ricadono nei vecchi atteggiamenti, di nuovo si registrano gli stessi problemi. Perché un miglioramento sia stabile ha bisogno di essere sostenuto e controllato per tempi più lunghi. La struttura del progetto è migliorata in quanto prevede di più lo scambio e la collaborazione con gli insegnanti in classe. Anzi il progetto si è potuto allargare proprio per questo.

Nella pratica ci sono interventi fatti con tutta la classe, azioni invece svolte con piccoli gruppi e anche, se i casi lo richiedono, attività individuali. Quello che a me preme trasmettere ai ragazzi è che non sono soli ad affrontare i problemi scolastici, ma che ci sono insegnanti pronti ad aiutarli.

Se è possibile, cerco di evitare l’intervento individuale, per diversi motivi: il primo è che non desidero isolare il singolo ragazzo con i suoi problemi come se fosse l’unico ad averli, ma anzi, parlando in un piccolo gruppo e ascoltando anche i suoi compagni, finisce col capire che molti problemi scolastici sono condivisi e che è più facile in gruppo risolverli. Il secondo motivo è che non voglio che mi scambino per una psicologa e che vengano da me a “sfogarsi” come se lo fossi. Il mio ruolo è delicato e dunque evito di intromettermi in questioni che non mi riguardano, come storie attinenti le famiglie o sofferenze umane di vario tipo, anche se so che spesso è quello che desidera l’adolescente. So che ognuno di loro può e vuole raccontare di sé, dunque, appena posso, vedo di trasformare questo desiderio in un’attività di scrittura autobiografica, o in un lavoro scolastico legato alla gestione delle emozioni, dove ognuno racconta, se vuole, quello che vuole e può raccontare. È anche vero che se a scuola uno studente prova soddisfazione nelle attività e sta bene e serenamente con gli altri troverà anche la forza per affrontare i problemi di altro genere, quelli della vita.

 

Di pari passo con le attività con gli studenti procede la formazione con gli insegnanti. Qui mi trovo in un terreno scivoloso e complesso. Si fa presto a dire formazioni, ma a scuola l’aggiornamento non è né obbligatorio, né riconosciuto in qualche modo. Gli insegnanti finiscono con l’impegnarsi in silenzio, solo alcuni, solo quelli che possono. Questo crea disparità di preparazione, ma anche molti equivoci nella relazione tra insegnante e insegnante. Inoltre i docenti hanno comunque diversi impegni d’ordine burocratico e molti di loro seguono corsi di formazione per conto proprio, per cui non vedono di buon occhio un aumento del numero di incontri nel pomeriggio.

Funziona molto il passa-parola e un atteggiamento non invadente, ma perché tutto ciò dia i suoi frutti occorre tempo.

 

Ma Ve.Ma.Co. non è solo attività pedagogica/didattica. Integrato nel progetto c’è lo Sportello Psicologico. Quasi tutte le Scuole Superiori hanno attivato all’interno del proprio Istituto uno sportello d’aiuto (gestito da uno Psicologo) che serve per risolvere problemi d’ordine psicologico, per studenti e professori. Come Centro di Documentazione consideravamo positivo il sorgere dei punti d’ascolto all’interno delle scuole, ma ne avevamo da sempre valutata anche la loro pericolosità se era visto come unica soluzione del disagio scolastico.

La collaborazione con la Facoltà di Psicologia dell’Università di Cesena ha dato l’opportunità di migliorare il servizio e di integrarlo all’interno di una visione più complessa del fenomeno del disagio. Gli Psicologi sono scelti in base ad un bando gestito pure dall’Università, la quale cura poi anche la formazione specifica degli stessi, insieme alla ASL; durante l’anno ci sono inoltre degli incontri per conoscere i dati raccolti dagli psicologi e i dati stessi sono fonte di informazioni preziose. Grazie alle osservazioni e alle informazioni raccolte in classe e nello sportello d’ascolto il progetto migliora, si evolve: ad esempio riteniamo indispensabile aprire al più presto un “Tavolo scuola” per discutere insieme ai dirigenti e agli insegnanti i risultati e i dati.

 

5)    In sintesi quali sono gli aspetti positivi e quali gli elementi di criticità del progetto?

 La partecipazione degli insegnanti è uno dei principali aspetti positivi raggiunti, perché dietro a questo ci sta tutta la collaborazione che il CDE può offrire, la formazione e soprattutto il fatto che ogni miglioramento nasce da loro ed è una ricchezza che rimane all’interno della scuola e che a lungo andare modifica in meglio le scelte e i risultati della stessa scuola.

 

Sono poi aspetti positivi tutti quei risultati ottenuti nelle classi come la diminuzione dei casi di bocciatura o il miglioramento delle relazioni (tra gli studenti o tra gli studenti e i Prof.), o il miglioramento dei risultati.

Diversi sono però ancora gli elementi di criticità, dovuti soprattutto al fatto che pur considerando la sua validità il progetto Ve.Ma.Co. avrebbe bisogno di ulteriore incremento, è insufficiente rispetto alle necessità rilevate quali:

·        La necessità di un pedagogista per ogni Istituto, che possa seguire sia le prime che le seconde classi, con le modalità sopra descritte. Infatti è nel biennio che avviene il numero maggiore di abbandoni;

·        Bisognerebbe intensificare la collaborazione con gli insegnanti all’interno di ogni Consiglio di Classe nelle classi interessate;

·        L’aspetto più preoccupante è quello che riguarda i casi più gravi: come dicevo prima, troppo spesso finiscono con l’essere esclusi dalla scuola stessa o per il comportamento o per il rendimento troppo basso. Oltre la lezione scolastica, a loro bisognerebbe offrire occasioni diverse di aggregazione e di istruzione, che nello stesso tempo siano occasioni altamente formative. Si pensa a laboratori creativi legati ai linguaggi alternativi come quelli del teatro, della musica o del cinema. Più l’allontanamento dalla scuola è stato grave e doloroso più deve essere allettante la riconquista all’interno del percorso del sapere. Visto che spesso sono stati privati di tutto, a loro si deve molto di più. Stiamo lavorando in questa prospettiva.

 

Gabriella Giornelli

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L'agenda di Ve.Ma.Co.

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