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 “Soluzioni inaspettate nascono a volte per caso. "Come si può rendere partecipi gli altri del nostro lavoro?" "Documentando" è stata la risposta ed è nata la rivista

"I ricordi si conservano nell'immaginario del futuro
A. De La Garanderie

 

PENNY WIRTON: UNA SCUOLA COSI'

di Eraldo Affinati

Situazione, motivazione, effetti collaterali dell'insegnamento "Penny Wirton"

 

Alla scuola Penny Wirton si impara:

- a parlare e scrivere in lingua italiana per capire e farsi capire sempre più;

- a prendere confidenza e fare amicizia tra noi tutti;

- a conoscere i diritti e i doveri di chi vive in Italia;

- a capire un po' meglio la cultura italiana e a raccontare la propria.

 

 

1. Libertà di insegnamento e libertà di apprendimento

Il tipo di insegnamento della lingua italiana agli stranieri che ho denominato "Scuola Penny Wirton" in omaggio allo scrittore italiano Silvio D'Arzo (1920 - 1952) e al suo ragazzo in cerca di una personale dignità, si stacca dall'idea ufficiale di scuola: non prevede incombenze burocratiche di sorta, nemmeno la valutazione, che si traduce nella semplice approvazione dei progressi conseguiti in itinere; non presuppone scadenze temporali né rigida programmazione; non richiede obbligo di frequenza né per  i discenti né per i docenti; si limita a registrare ogni volta le presenze e le attività svolte singolarmente allo scopo di facilitare il proseguimento la volta successiva.

Tutto questo è possibile eliminando l'idea base di classe e sostituendola con la relazione personale tra chi insegna e chi apprende.

I docenti lavorano senza retribuzione, offrendo spontaneamente la loro opera.

I discenti sono accolti in qualsiasi momento del corso e per la durata loro consentita dalle necessità personali; non si fanno selezioni né di età né di provenienza, né di punto di partenza (scolarizzato o non scolarizzato); l'unico accorgimento è ragionevolmente quello di raggruppare tra loro gli allievi che manifestano situazioni di apprendimento analoghe: in questo modo si formano ogni volta piccoli gruppi che possono vedere un docente impegnato con quattro allievi, un altro con due e spesso con uno solo (necessità che spesso si presenta per i casi più difficili di prima alfabetizzazione).

Come si può capire, un sistema del genere esige dai docenti una reale flessibilità e disponibilità a inserirsi in azioni già avviate o da avviare, da proseguire o che si sa potranno essere interrotte. Si potrebbe obiettare che in questo modo si vanifica la funzione propria del docente contraddicendone la sana abitudine ad una seria programmazione; si potrebbe dubitare che l'insegnante nel nostro caso, venga utilizzato "a dosi" o a "erogazione": ma così non è. Tutt'altro.

E vediamo come.

2. Quali sono i problemi?

Gli stranieri che si sono presentati da noi, indipendentemente dalle nostre intenzioni di apertura a qualsiasi utenza, finora sono stati migrantes giunti in Italia o per motivazioni economiche (Europa dell'Est, Magreb, Bangladesh, Filippine) o per fuga da Paesi in guerra e tragicamente in preda a persecuzioni religiose o politiche (Afghanistan, Iran, Costa d'Avorio, Guinea, Mali, Gambia, Congo, Somalia). È evidente che sono pieni di problemi. Noi, come insegnanti di lingua italiana, abbiamo scelto di rispondere nell'unico modo che ci è possibile, offrendo ciò di cui disponiamo, cioè il nostro appoggio e la nostra competenza didattica, cercando di modularla sull'esperienza diretta e sulle esigenze immediate cui ci troviamo davanti.

Un problema, dal punto di vista didattico, potrebbe essere rappresentato dalla nostra scarsa preparazione, teorica ma soprattutto pratica, ad affrontare un simile insegnamento; tuttavia (a parte il fatto che da tempo, soprattutto all'interno di associazioni umanitarie, si sta già operando con successo in questa direzione), è sufficiente la disponibilità di cui si diceva perché l'insegnante-Penny Wirton acquisisca rapidamente la competenza che gli è indispensabile: presto infatti sa di dovere per prima cosa fare conoscenza delle persone, cercando, pur nei limiti pesantissimi posti dalla incapacità di comunicazione linguistica, di capire se ha davanti qualcuno che ha studiato per molti anni o per pochi anni, oppure un analfabeta totale, il quale potrebbe però persino avere già appreso oralmente la nostra lingua. Spesso si ricorre in questa primissima fase alla mediazione rudimentale dell'inglese o del francese, lingue già studiate in patria dai discenti o acquisite nell'uso orale: questo accade non tanto perché tali lingue servano di appoggio, quanto perché gli studenti desiderano informare, così come possono, della loro vicenda: chi si è già diplomato, chi ha imparato l'americano dalle truppe di occupazione, chi ha studiato dieci anni e chi non ha mai ricevuto istruzione ma ha inventato un suo personale alfabeto per appuntarsi le parole straniere che imparava lungo il percorso che lo ha condotto fino a noi…

Per inciso, ci tengo ad affermare, in questi tempi di acque basse per la scuola italiana, che in verità, proprio la scuola fa la differenza: chi è scolarizzato sa come comportarsi nella situazione di apprendimento, ha confidenza con gli strumenti comunicativi materiali o verbali, sa rapportarsi correttamente nella situazione di ascolto e attenzione e quindi riesce ad assorbire ciò che gli trasmettiamo. Chi non è minimamente scolarizzato, al contrario non sa e non può utilizzare immediatamente gli strumenti materiali (foglio e matita, ad esempio) o verbali (domanda - risposta), non può contare subito sul riconoscimento scritto di ciò che ascolta, perciò resta pesantemente frenato nell'apprendimento per un tempo considerevole, mentre il coetaneo scolarizzato si mostra capace di progressi sorprendenti. L'analfabeta, per di più, tende nella prima fase a cadere nel panico, a soffrire confrontandosi con i più fortunati; secondo il carattere, può fingere di sapere e tira a indovinare (è quello che chiamo "tipo Abdel") oppure si blocca e ripete all'infinito la prima cosa che gli è stata proposta (quello che chiamo "tipo Ganzon") tanto da farci preoccupare delle sue facoltà e da indurci a dubitare che siano rimaste danneggiate nella traumatica esperienza della fuga. Invece, se non si pongono scadenze e non si mette fretta, non si mostra meraviglia o impazienza, prima o poi anche questi svantaggiatissimi Abdel e Ganzon riescono a emergere dalla palude in cui sembrano sprofondati.

3. Motivazione: un caso a sé

Ecco un problema che davvero non esiste.

La motivazione, che è argomento imprescindibile di tutta la didattica, alla Scuola Penny Wirton è una solerte compagna dai mille aspetti e dalle mille capacità di trasformazione.

Tutti gli scolari sono motivati: chi è impaziente di riuscire a trovare un lavoro, chi vorrebbe, potendo, continuare gli studi, chi lavora già e vuole migliorare le sue prestazioni, chi semplicemente ha desiderio di parlare di sé, di rendersi accetto nella comunità così diversa che ora lo ospita e in cui può temere di sentirsi per sempre un corpo estraneo, se non una spina al fianco.

Non dimentichiamo poi che per tanti immigrati la lingua italiana diventa anche la lingua veicolare che permette di comunicare tra loro, se sono di provenienze diverse come accade alla Città dei Ragazzi.

Il bello di queste motivazione è che sono così vive da "contagiare" il docente. Quale docente, specie se abituato dalle classi italiane, può restare indifferente all'attesa, alla volontà e alla speranza che legge negli occhi e nei gesti di scolari che sorridono di soddisfazione quando capiscono, che non hanno fretta di andarsene, che si congedano con parole non solo gentili, ma piene di gratitudine?

Ecco che, in condizioni simili, ogni insegnante attiva al meglio ogni possibile strategia che aiuti a cercare la risposta efficace, immediata e si trova, alla fine delle consuete due ore, esausto ma soprattutto contento e pronto a tornare.

Altro che uso degli insegnanti a erogazione! L'idea dell'insegnante a servizio come un rubinetto apri-chiudi è piuttosto quella che viene in mente vedendo racimolare i "dieci minuti" sottratti ai sessanta regolamentari e obbligare a spenderli come ore intere; in ogni caso viene in mente nella situazione scolastica attuale, quando si vede che gli orari non sono studiati per la didattica, ma per la copertura delle ore nelle classi… A tutto scapito della relazione personale, che in ogni caso è arduo raggiungere quando si lavora in classi numerose.

Non sto dicendo che la scuola italiana dovrebbe diventare come la Penny Wirton: so bene che è impossibile. Voglio semmai dire che, situazione permettendo, la scuola per l'insegnamento dell'italiano che cerchiamo di attuare nella piena libertà di apprendimento e insegnamento è fondata sulla vicinanza delle parti riesce a gratificarle entrambe ponendo le basi per un comportamento che va ben oltre il semplice raggiungimento dell'obiettivo didattico.

In un clima come quello che ho sommariamente delineato, infatti, cadono pregiudizi e diffidenze reciproche, cadono molti criteri e comportamenti imposti dalla convenzione scolastica istituzionale, la quale spesso è costretta a studiare correttivi, a elaborare complesse strategie e introdurle artificiosamente e non sempre con i risultati sperati.

In primo luogo nel metodo Penny Wirton decade tutta la rigidità derivante dall'obbligo di valutare, che tanto condiziona l'insegnamento curricolare imponendo di fatto quello che io chiamo finzione pedagogica: tu fingi di avere studiato e capito, io accetto la finzione, perché entrambi siamo attenti alla valutazione che ne potrà derivare.

4. Carpe diem, perché domani non sai…

La Scuola Penny Wirton si organizza per vivere sul presente, perché accetta, per sua costituzione, tutti i problemi pratici e contingenti che riguardano le persone che la compongono: discenti e docenti.

Gli studenti, ad esempio, non sempre sono liberi di frequentare: i minori sottoposti a tutela hanno a volte impegni di tipo legale o sanitario; gli immigrati che vivono in proprio trovano lavoro o cambiano quell'orario;  qualcuno si trasferisce lontano…

Ma anche i docenti - ricordiamo: volontari e gratuiti! - non garantiscono una continuità assoluta: quelli che sono in servizio attivo spesso devono assolvere alle incombenze collegiali (consigli di classe o d'Istituto, collegi docenti, ricevimento dei genitori, visite guidate e viaggi di istruzione); quelli che hanno preso congedo (sono la maggior parte), hanno spesso problemi familiari o, purtroppo, di salute; i più giovani, a volte studenti e studentesse universitarie che arrivano spinti dal desiderio di provare di persona il contatto didattico-educativo, hanno poi da conciliare le ore di prestazione volontaria con gli obblighi di studio e di esami.

Spesso, insomma, accade che ci si trovi, da entrambe le parti, ad interrompere il contatto proprio nel momento più "caldo" dell'apprendimento.

5. Immediatezza e misura

Ma visto che la scuola è nata così, con questa fluidità di presenze e con questa esigenza di contatto diretto fra chi insegna e chi impara, ecco che abbiamo via via elaborato un tipo di attività che possano offrirsi per un uso immediato e in ogni caso lasciare una traccia sicura, permettere di segnare almeno una piccola tacca per una nuova, piccola conquista.

Proprio per questo, dopo l'esperienza del primo anno che ci vedeva perplessi di fronte al continuo "movimento", al va e vieni di scolari e di insegnanti diversi, abbiamo capito che era necessario organizzare un apprendimento a piccole porzioni che fossero però allo stesso tempo autosufficienti e ben collegabili tra loro, tanto da costituire un percorso completo.

Dato anche che la Scuola fornisce di volta in volta ai suoi utenti il materiale didattico, abbiamo scelto come unità di misura il contenuto compatibile con una pagina A4, che si presta a un'estensione sufficientemente impegnativa ed è agevolmente riproducibile in più copie.

Tra gli allievi che ricevono la pagina scelta per il loro caso ci sarà, come sempre, chi tribola a capirla e a riempirla, ma ci sarà anche chi chiede la seconda e la terza, chi la scarta riconoscendo le figure ("Già fatto!") e chi la ripone con cura insieme a quelle ricevute in precedenza.

6. Materiali mobili e forme fisse

L'apparato didattico, dunque, è soprattutto adattabile, mobile: tuttavia l'impianto complessivo previsto nel caso di studenti assidui e continuativi (per ora si è verificato tre volte in due anni) è quello integrale, classico della grammatica descrittivo - normativa; è però un impianto - sia ben chiaro -  che si comporta con molta discrezione, rimanendo in sottofondo, riconoscibile solo da chi se ne intende, cioè insegnanti e allievi già esperti ed avanzati, capaci di affrontare le forme sintattiche più complesse come il discorso indiretto o la coniugazione passiva.

Quasi a rimpolpare o ramificare l'impianto grammaticale, che pure ci serve da riferimento, abbondano le situazioni comunicative: ragazzi e adulti che vanno a scuola, ritirano un pacco alla posta, fanno colloqui di lavoro, rinnovano il permesso di soggiorno, viaggiano; si impara a fare i calcoli, a comprare cibi e vestiti ecc. Non si fa opposizione tra l'apprendimento di tipo comunicativo-situazionale e quello linguistico-grammaticale, anzi, si conducono entrambi intrecciati tra loro lungo un binario che è il riferimento naturale al vivere quotidiano.

A considerare il corso per intero, più in là della fruizione a pagine singole, si procede come è ovvio dal semplice al complesso, tuttavia senza dimenticare che l'apprendente vive immerso nel contesto linguistico-culturale che non gli risparmia difficoltà né gli consente gradualità: per questo, ad esempio, una volta che si parla di aggettivi e del loro modo di affiancarsi ai sostantivi in accordo di genere e numero, non ci si limita al grado positivo, ma si può aggregare immediatamente la gradazione dei comparativi e dei superlativi; infatti nella vita reale capita sicuramente di ascoltare paragoni e apprezzamenti espressi attraverso aggettivi nei loro vari gradi. In molto casi è opportuno anche anticipare espressioni complesse senza spiegarne necessariamente la complessità: l'importante è trasmetterne attraverso esempi ripetuti l'uso pratico, come nel caso delle varianti voglio - vorrei , che è bene saper usare anche prima di apprendere il condizionale; insegnare a distinguere "so usare il computer" da "posso usare il computer" anche prima di sviluppare i verbi modali; imparare mi chiamo… sono nato prima ancora di apprendere i verbi riflessivi o il passato prossimo.

7. Affabilità, affabulazione e coloriture estetico-emotive: il mondo rappresentato nelle frasi, nelle figure e nei racconti

Allo scopo di facilitare nell'immediato la comunicazione e di favorire la comprensione e la memorizzazione lessicale, si è privilegiato il percorso illustrato: dopo i primi, casuali successi ottenuti facendo uso dei disegni offerti dalla pittrice Emma Lenzi, esperta docente socia della Penny Wirton, abbiamo capito che le sue misuratissime illustrazioni hanno la capacità di agevolare l'attività comunicativa scritta e orale. Gliene abbiamo chiesti altri, infine le abbiano chiesto di accompagnare l'intero iter del corso manualistico in costruzione.

Infatti, per chi muove i primi passi è fondamentale collegare immediatamente il suono appreso con la materialità della cosa nominata: ecco l'alfabeto figurato, le tavole di parole figurate da riconoscere e ricordare, su cui moltiplicare (ogni insegnante ne fa uso libero e creativo) le attività di rinforzo, cui applicare lettura e scrittura. Ma abbiamo constatato che anche chi sa già avanzare nella lingua scritta e parlata ed è in grado di applicare termini astratti, trova nelle figure rappresentanti situazioni emotive o fisiche (il pianto e il riso, stanchezza, sonno ecc.) lo stimolo a cercare le parole per esprimere non solo azioni o magari racconti in sequenza temporale, ma anche sentimenti e pensieri, giudizi e perplessità.

Non va nemmeno trascurato il contributo estetico ed affettivo della forma illustrata: i disegni, colorati e agevolmente interpretabili, accompagnano la pagina fitta di esercizi e ne impediscono il grigiore, ne approfondiscono il significato, perché sono pienamente armonizzate con le frasi proposte come esempi e come "allenamento" alla nostra lingua: in entrambi i casi dunque, frasi e immagini, abbiamo attinto al vasto repertorio delle relazioni umane più diffuse, come possono essere certi legami interpersonali (amici, compagni di scuola o di lavoro, personale dei luoghi pubblici…) e familiari (padre, madre, marito e moglie, figli, fratelli e sorelle, nonni e nipoti…) o certi sentimenti universalmente condivisi (amicizia, lealtà, affetto, amore, speranza, attesa, dovere…) insieme a comportamenti umani, o anche attività che non fossero nostre esclusive (questo è il motivo per cui, ad esempio, l'illustratrice, propensa a rappresentazioni dinamiche, ha evitato il ragazzo su skate board privilegiando invece quelli in bicicletta o i giocatori di pallone più che quelli di golf).

Ad elevare ancor più l'avvicinamento alla nostra lingua, non ho esitato, benché consapevole delle difficoltà e dei rischi, a offrire letture brevi, di tipo letterario e non solo comunicativo: sono ritratti di singole persone, italiane e straniere, colte nella loro consistenza affettiva, emotiva ed esistenziale. In questo modo, chi più e chi meno, tutti possono accostare la lingua italiana nella sua funzione non solo denotativa, ma anche connotativa: così otterremo il risultato di rispettare, a mio avviso, la complessità e l'interezza sia della nostra lingua, sia delle persone che ad essa si accostano con tanta volontà.

8. Se sai leggere il minuscolo…

Il manuale pensato per la Scuola Penny Wirton che abbiamo descritto si articola in tre parti: l'Anticamera, le Venticinque lezioni, gli Esercizi di rinforzo.

L'Anticamera si estende per oltre trenta pagine: può sembrare di una semplicità sconcertante a chi sappia già leggere; ma è provato che, nei casi di analfabetismo adulto, o di provenienza da alfabeti extraeuropei, proprio in queste pagine si raggiunge una meta indispensabile per proseguire: la lettura dei caratteri minuscoli. Tutto, infatti, a parte grandi titoli nelle insegne o nei giornali, è scritto in caratteri minuscoli: anche i libri!

Non so quanti di noi ricordino il disagio, imparando a leggere in età scolare o prescolare, del passaggio dal maiuscolo al minuscolo: è certo in ogni caso che, ad eccezione del cirillico (persino più complicato) gli alfabeti arabi e orientali fanno uso di un carattere unico e non di quattro diversi (maiuscolo e minuscolo, stampatello e corsivo). Quindi non si tratta solo di aiutare gli analfabeti per mancanza di scolarizzazione, bensì di agevolare chiunque provenga da abitudini scrittorie nettamente diverse dalle nostre.

9. Il metodo e i metodi

Ci ripetiamo spesso che aveva ragione McLuhan a dire che il mezzo è il messaggio. Trasferendoci nel nostro campo, potremmo dire che il fare è il metodo, l'azione è il pensiero. Intendo dire che non c'è un metodo valido in assoluto, nemmeno il mio; e che ogni metodo, per quanto buono, può essere applicato male incontrandosi con situazioni o con persone poco adatte. Infatti l'insegnamento in generale e quello di una lingua in particolare non permettono una costruzione meccanica con "pezzi" e procedure garantiti. Siamo persone, insegnanti e discenti, ognuna con le sue caratteristiche e singolarità.

Il metodo "buono" è, di volta in volta, quello che permette di dare il meglio di sé, come discenti e come docenti.

Per riuscirci, nel caso del docente, a volte è persino necessario svincolarsi dal sapere specialistico acquisito, fare tabula rasa e partire da capo, con fiducia. Guai, se la metodologia o la teoria didattica occupa la nostra attenzione: o è assorbita, o non è. Se è assorbita, non ci farà perdere tempo, ma ci supporterà nelle risposte immediate che saremo chiamati a dare; in caso diverso… non ci verrà mai in mente di andare a fare gli insegnanti non retribuiti a scolari difficili come possono essere, in alcuni casi, quelli della Penny Wirton.

Anna è dinamica e vivace: quando insegna, vedi che si alza e mima le azioni e gli avverbi di luogo, persino i versi degli animali. Gabriella è statica e serena: la sua calma rassicura chi stenta a scrivere e teme il giudizio, perché lei aspetta, ti lascia tempo. Marinella è comunicativa e particolarmente espressiva: parla molto e ti trascina a capire e a esprimere il massimo a tua volta. Arturo è posato e bonario quanto rapido di idee e invenzioni: ti porta dal libro al giornale per leggere la stessa parola, poi ti chiede come si dice nella tua lingua, quindi incatena una serie di associazioni e tu cerchi di parlargli di te. Un'altra salta su a chiedere: "Scusate: come si dice papà nelle altre lingue?" e, a parte l'ucraino tata, si scopre che papà e mamma suonano all'incirca uguali per tutta l'Eurasia, Cina compresa…

Allora potremmo anche dire che il "metodo Penny Wirton" è soprattutto un comportamento e un'intenzione: arrivare a capirsi, a farsi capire, dando per inteso che la lingua è lo strumento principale per riuscirci, ma non è il solo e soprattutto non va mai da solo.

10. Ma soprattutto le azioni

Ecco perché questo tipo di scuola, certamente un po' anomalo istituzionalmente parlando, trova successo nelle più diverse situazioni. Scuole sorte sulla scia della nostra romana, infatti, si sono aperte a Torino e in Calabria, mentre altre in altre regioni (Emilia, Toscana, Friuli) si accingono a farlo. Attraverso i migranti, ecco che tutta l'Italia si trova rappresentata da Nord a Sud: a Torino riconosciamo il terziario industriale, quello agricolo al Sud, mentre a Roma, finora, prevale la frequenza dei minori "non accompagnati", ovvero privi di supporto familiare.

Dopo avere incontrato i docenti volontari della scuola-Penny di Torino, coordinata da Anna Belpiede nell'ambito del progetto Diamoci una mano della Biblioteca Civica "Primo Levi", ho potuto constatare di trovarmi di fronte gli stessi entusiasmi, gli stessi problemi e lo stesso desiderio di risolverli della nostra Penny Wirton di Roma; altrettanto mi è accaduto visitando alcune delle scuole di italiano aperte in Calabria da Marco Gatto tra le iniziative dell'associazione Tramondi: Castrovillari, Trebisacce, Mormanno, Vibo Valentia.

In certi casi la presenza femminile è così alta, che a Torino hanno cercato di organizzare anche uno spazio per i bambini piccoli, in modo che le giovani madri potessero partecipare alle lezioni.

A detta di tutti, da Torino a Trebisacce, gli allievi che fanno rapidi progressi sono gli stranieri - soprattutto le straniere -  adulte e già scolarizzate; ma gli allievi che coinvolgono in modo indelebile sono proprio quelli che vivono con maggiore difficoltà il loro tentativo di inserimento nel nostro tessuto sociale.

In ogni caso, anche di fronte all'apparente scarso esito delle lezioni di lingua italiana, chi presta la sua opera gratuita e volontaria è abbondantemente ripagato dagli studenti che colgono benissimo, in quella gratuità, l'intenzione di aprire loro una porta e dire "Vieni, so che ci sei. Entra, sarai dei nostri anche tu".

11. Parole e fatti

Gli operatori coinvolti nell'insegnamento di italiano sono dunque concordi nel riconoscere l'efficacia dell'incontro con lo straniero in disagio linguistico e non solo. E tutti sono concordi anche nell'ammettere la loro soddisfazione per il superamento di barriere che sono convenzionali, sì, ma dolorosamente esistenti. In molti di loro rinasce, fresca, la memoria delle emigrazioni italiane da Nord a Sud; qualcuno ha vissuto personalmente la difficoltà di integrarsi lontano dall'Italia. Ho visitato il Museo dell'immigrazione di Ellis Island a New York e tra le gigantografie mi hanno colpito gli inviti, databili a inizio Novecento, a frequentare scuole di alfabetizzazione per gli italiani. Ma basta guardarsi indietro, nella storia di famiglia, ed è facile trovare un nonno emigrato in Belgio o in Svizzera, se non proprio "nelle Americhe", come si diceva un tempo.

"Accoglienza" e "integrazione" sono parole a rischio di svuotamento, come tante altre già svuotate di senso: ma l'esperienza Penny Wirton, senza bisogno di pronunciarle, le rende vive.

TUTTI possono frequentare: la scuola Penny Wirton è aperta a giovani e adulti, uomini e donne di ogni provenienza e di ogni età.

  • Non richiede iscrizione formale.

  • Accoglie studenti lungo tutta la sua durata, in qualsiasi momento, da settembre a maggio.

  • Lavora per PICCOLI GRUPPI, grazie alla presenza di numerosi insegnanti volontari; la sua proposta formativa è organizzata SENZA CLASSI e fondata sul contatto diretto, "a tu per tu", tra insegnanti e studenti. In questo modo può dedicarsi a DIVERSI LIVELLI, a seconda delle necessità di cui gli studenti sono portatori.

  • Spesso si parte da zero e si procede con cautela, senza fretta, con persone che non hanno mai frequentato una scuola in vita loro e sono appena approdati in questo nostro nuovo mondo linguistico: è emozionante vedere come imparano a riconoscere e a riprodurre prima i segni, poi le intere parole, e come riescono a comunicare le loro storie, le loro idee e le loro speranze.

  • A volte, pur partendo da zero, si procede a ritmi accelerati: si tratta infatti di persone che, avendo già studiato nel paese d'origine, si orientano bene e sanno come utilizzare gli strumenti e le occasioni didattiche.

  • Arriva anche chi capisce già la nostra lingua, ma desidera leggerla, scriverla e soprattutto usarla con proprietà nel lavoro e nelle relazioni personali.

  • A tutti è messo a disposizione, per l'uso durante le lezioni, il manuale Italiani anche noi, costruito sull'osservazione e la pratica con i nostri studenti dei primi corsi.

  • A tutti viene fornito il materiale didattico lezione per lezione.


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